Questo è il testo di una nota da me pubblicata su Facebook, nata (scusate il gioco di parole) da questa discussione con Catepol.
Lo stato attuale delle comunicazioni via internet mi lascia un po’ perplesso: sono passato negli ultimi anni (tanti anni, in verità) dal concetto unificante iniziale di “email”, protocollo pubblico (leggi aperto), che non sfrutta una rete, ma la Rete: tramite un indirizzo email, si comunica con chiunque altro abbia una casella di posta. È non è importante se è @yahoo o @msn o @qualunquealtracosa.
Poi sono passato a protocolli di IM. Prima MSN, poi Skype, poi tanti tanti altri. Questi protocolli hanno il grossissimo difetto di avere “reti” di contatti separate. Un po’ come avere una scheda di un operatore telefonico che non permetta di chiamare utenti di altri operatori. Ho risolto utilizzando client di messagistica multiprotocollo, come i già citati Pidgin e Kopete. Sperando che una specifica aperta come Jabber/XMPP (già abbracciata da Google per il suo gTalk) prenda piede il più presto possibile, e diventi come l’email per l’IM.
In parallelo, ho iniziato a scrivere su un blog, frequentarne altri, utilizzare i feed, ed anche li la necessità di autenticarmi tante volte su tanti blog (o altri siti di informazione) mi ha fatto sperare in un successo capillare di Open-ID, speranza in parte realizzata.
E infine, ho iniziato a utilizzare una piattaforma terribilmente chiusa come Facebook. Una piattaforma che in realtà non mi piace davvero, anche solo per problemi di privacy. Facebook ha a suo vantaggio una rete vastissima, che mi ha permesso di riprendere i contatti con persone che non sentivo da tempo. Però sto legando una grande fetta delle mie comunicazioni ad una azienda che, secondo licenza accettata all’iscrizione, può rimuovere o chiudere il mio account senza preavviso e senza darmi nessuna spiegazione. In pratica il rischio reale è la perdita di una grossa quantità di dati, di relazioni tra dati e quindi informazioni. Si noti che sono anche proibiti programmi “spider” per effettuare backup di informazioni, sia anche soltanto il prelevare da Facebook la propria “rubrica” di contatti con un programma automatizzato.
Facebook ha poi disatteso tante promesse di “apertura”, ad esempio aveva promesso l’adozione di Jabber come protocollo di chat.
Sia chiaro che non ce l’ho con l’azienda, che giustamente tenta di tenere “chiusa” la sua rete, dal quale dipende il suo valore reale. Dopotutto è una azienda privata, che deve lucrare in un qualche modo, e che deve difendere in primis i suoi interessi.
Per il bene dell’utenza, però, non posso fare a meno di pensare ad una piattaforma, anzi meglio ad un protocollo di social networking universale (leggi “ampiamente condiviso”), aperto ed indipendente dal provider di servizio, un po’ come accade per l’email da un lato, e per l’IM via Jabber dall’altro. Questo riporterebbe le comunicazioni nelle mani dell’utente, che, tornando all’esempio dell’utenza mobile, potrebbe contattare utenti di altri operatore.
Utilizzando un unico protocollo standard per il social networking, l’attenzione e la competizione si concentrerebbe sulla qualità del servizio e sullo sviluppo di interfacce più intuitive e più funzionali, un po’ come per l’email, ad esempio, dovo ognuno di noi preferisce utilizzare un client piuttosto che un altro, oppure preferisce affidarsi alle “web mail” di Google, piuttosto che di Microsoft, piuttosto che di Yahoo o di Aruba.
Forse il futuro Google Wave sarà la risposta, o forse no. Per ora si continua ad aspettare, magari in attesa di avere il tempo e le risorse per fare

Si respira aria durissima per gli studenti presenti e futuri delle università italiane. Il parlamento sta discutendo in questi giorni una serie di leggi che avranno l’effetto di mettere in ginocchio il sistema universitario italiano. Leggi (
A volte, mi rendo conto di quanto la rete sia uno strumento grandioso…
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